Che cosa farò da grande? Quant’è difficile scegliere!

in Studi e ricerche

di Anna Dall'Acqua e Arturo Marcello Allega

Anna Dall'Acqua e Arturo Marcello Allega
Rispettivamente docente di matematica e dirigente scolastico presso l'Istituto Tecnico Industriale di Stato "Giovanni XXIII" di Roma.

Che cosa farò da grande? Quant’è difficile scegliere! Quando parliamo di scelta, parliamo di “life skills”, quindi di competenze per la vita, e facciamo riferimento a una condizione civile dalla quale purtroppo attualmente molte persone restano emarginate. La portata di questo fenomeno di esclusione sociale è veramente impressionante. Vediamo perché, facendo riferimento ai dati emersi dall’ultimo rapporto dell’Union Camere, Excelsior 2010.
Avere un titolo di studio costituisce oggi più che mai un valore fondamentale per una scelta occupazionale. Secondo quanto affermano i dati dell’“Union Camere, Excelsior 2010”, ad avere la peggio, in termini di disoccupazione, sono coloro che hanno come unico titolo di studio la “vecchia” Licenza Media, cioè quello più modesto, mentre chi possiede un titolo superiore ha maggiore vantaggio lavorativo. Eppure, questa semplice verità continua a non essere diffusa tanto quanto si dovrebbe. Lo dimostrano i numeri della statistica sociale. Nel prossimo futuro i protagonisti di ogni forma di cambiamento saranno i seguenti cinque gruppi sociali: i Disoccupati, i Neet (“Not employed, Not in education, not in training”), i Nativi Digitali, i Migranti e i Non Istruiti.

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FIGURA. I primi due istogrammi a sinistra mostrano i dati sull’occupazione per la fascia d’età 15-34 anni. Le tre colonnine a destra sono le categorie che costituiscono la % dei disoccupati.

I dati qui analizzati sono del periodo 2007-2010 (sostanzialmente, agli inizi della crisi, che com’è noto, in questi giorni, per l’Italia, si sta traducendo in “recessione”). Dati provenienti da fonti diverse (CNEL, Confindustria, Unioncamere, Istat), rivelano che negli ultimi tre anni c’è stato, per la fascia d’età compresa fra i 15 e i 34 anni, un crollo dell’occupazione pari al 35%. Un fatto grave, trattandosi di un’età considerata molto fragile, in quanto rappresenta quella fase in cui si costruisce il proprio percorso di vita e di famiglia. La percentuale dei disoccupati si struttura in Drop-Out, in Neet e in quelli che definiremmo “Occupabili” (FIGURA).

I Drop-out (“caduti fuori” dal contesto, dispersi) costituiscono il 45% dei giovani senza lavoro, spesso usciti con insuccesso da un percorso formativo, educativo, scolastico e comunque in possesso di competenze troppo rigide e non più adatte ai bisogni del mercato del lavoro e quindi non più spendibili. D’altra parte una competenza, che si conquista in molti modi (formali, informali e non formali), non va assolutamente pensata come una qualità statica che, una volta acquisita, resti sempre utilizzabile.

L’altro 25% dei senza lavoro è costituito dai Neet, cioè da coloro che non sono occupati e non sono né in “education”, né in “training”, ossia non svolgono alcuna attività di formazione, apprendistato o di tirocinio di durata superiore ai sei mesi. Fra questo 25% di persone che non fa nulla e con grosse difficoltà di scelta, troviamo anche molti laureati e diplomati (circa la metà), numericamente cresciuti tra il 2008 e 2010, periodo di maggiore crisi economica. Costoro, pur avendo acquisito un titolo di studio e delle competenze, non rispondono alla domanda del mercato del lavoro e non riescono o non vogliono “ri-orientarsi” verso le professionalità richieste. Da sottolineare che spesso più il reddito familiare è alto, più i tempi di ricerca del lavoro sono lunghi. Il 30% dei disoccupati è infine costituito dagli occupabili, da coloro che, pur essendo senza lavoro, si danno comunque da fare per rendere in qualche modo spendibili le proprie competenze.

Il totale dei Neet e degli Occupabili costituisce quel 55% della popolazione dai 15 ai 35 anni che non sa scegliere perché non in grado o non può farlo.

Esiste poi un’altra popolazione, quella dei cosiddetti “Nativi Digitali”, nati cioè dopo la massiccia diffusione delle tecnologie digitali. Attualmente, questo gruppo di giovani (nella fascia di età 0-13 anni) sta facendo ingresso nel secondo ciclo dell’istruzione. Questa popolazione è definita da Paolo Ferri come “una specie antropologicamente diversa per il suo ‘apprendimento digitale’”. Ma, quel che caratterizza questa specie è che essa è portatrice di un apprendimento tanto “non formale” quanto “informale”, tale da essere dominante rispetto all’apprendimento formale: essa si pone in evidente antagonismo con il mondo “formale” dell’istruzione e, pertanto, con gli standard del modo di essere della scuola e degli insegnanti che, per età e per formazione, sono spesso fuori dalle tecniche del linguaggio multimediale.

Riguardo i migranti, le proiezioni politiche ed economiche elaborate fino al 2050, mostrano il maggior potere finanziario e commerciale della Cina e dell’India, rispetto agli USA e all’Unione Europea, nel mercato mondiale. L’effetto consequenziale di questa globalizzazione commerciale è quella di generare una crescita esponenziale dei flussi migratori dall’oriente all’occidente. I dati del recente rapporto Mipex (“Migrant Integration Policy Index”, 2011) dicono che gli interventi dell’istruzione a favore degli immigrati, pur con diversi decreti, interventi e linee guida, sono stati finora debolissimi e restano, nel concreto, insufficienti. Eppure, lavorare con gli stranieri (spesso di generazioni nate in Italia), soprattutto con persone la cui età è dai 15 anni in su, consente un ricco confronto di valori culturali diversi e, quindi, l’opportunità di forme di laboratorialità altamente innovative.

Infine, i dati pubblicati nel recente pamphlet di uno degli autori (A. M. Allega, “Analfabetismo: il punto di non ritorno”, Herald, 2011), mostrano una crescita dei non istruiti che supera, oggi, di gran lunga, gli istruiti. Questa nuova configurazione sociale pone le basi di quella che potremmo definire una condizione di “non scelta”, di incapacità di scegliere. Per uscire da questa situazione, nel 2008 l’Unione Europea ha introdotto una nuova direttiva comunitaria che ha trasformato la società della conoscenza in società della “competenza” o meglio della “capacitazione”. Un termine, quest’ultimo, introdotto da Amartya Sen per la sua maggior valenza nel far comprendere come una capacità, se trasformata in azione, può diventare sviluppo e quindi libertà.

Dal rapporto Excelsior si evince che occorre dare dati chiari sulla condizione giovanile e sulle competenze richieste all’assunzione e si definiscono, inoltre, che cosa sono le competenze. L’Union Camere recupera, per la prima volta, i contenuti del lavoro di Cresson sugli apprendimenti formali (della scuola e dell’Università), non formali (lavoro, stage, tirocinio, ecc.) informali (affettivi, relazionali, familiari, ecc.), distinguendo “l’apprendimento delle competenze dall’acquisizione delle competenze”. Non si posseggono competenze ma “si è e si diventa competenti”. Competenza è la capacità non tanto di esprimere, quanto di usare le conoscenze e integrarle con le abilità per risolvere situazioni problematiche (in ambito disciplinare, lavorativo, sociale). È la capacità di comunicare, di relazionare, di essere autonomi, di progettare, di collegare, di filtrare. Apprendere e creare un sistema di apprendimento è competenza del sistema scuola, quindi, un problema di autovalutazione della scuola stessa, mentre l’acquisizione delle competenze è un problema di valutazione della persona.

Per quanto riguarda le competenze prioritarie in merito all’assunzione al lavoro, Union Camere attribuisce un valore prioritario non tanto alle competenze cognitive e pratiche ma soprattutto a quelle sociali, dunque, al team working e alla relazione con gli altri. Non a caso precisa che “chi assume cerca, oltre all'istruzione, anche competenze trasversali e soprattutto almeno un'esperienza precedente nel curriculum, anche piccola e ottenuta mediante stage, meglio ancora se come tirocinio in azienda svolto durante il corso di studi”. Sviluppo e misura delle competenze sociali le abbiamo poste a paradigma per diverse attività fondamentali della scuola: dall’alternanza scuola lavoro al centro di assistenza specialistica per disabili, dall’italiano per stranieri alla tutela ambientale. Le competenze monitorate in alcune esperienze tipiche sono state: l’impegno, l’interesse per l’attività, l’autonomia, la partecipazione al lavoro di gruppo, l’uso e la cura degli strumenti, e la capacità di sapersi relazionare. Circa metà degli alunni coinvolti ha acquisito e incrementato vistosamente il proprio livello di competenza.

Questo discorso ha portato a una crescita della persona nei ragazzi che man mano hanno individuato le proprie competenze e le hanno migliorate; ha portato i ragazzi a progettare insieme ai docenti tutto il percorso e anche la scelta delle competenze da valutare, il che ha comportato una loro diffusa responsabilizzazione. L’intreccio tra valutazione della persona e valutazione di sistema innesca una dinamica virtuosa che porta l’organizzazione in condizione di apprendere e di ottenere i suoi risultati, fra i quali una marcata riduzione della dispersione scolastica. Il tutto in un processo che vede come obiettivi-competenze della persona: motivazione, autostima, riconoscersi nell’altro, condivisione, partecipazione, senso di appartenenza, clima costruttivo.
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